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Perché non dobbiamo parlare male dei morti: l’insegnamento di Maria Simma

  • Immagine del redattore: Gurso
    Gurso
  • 1 nov 2025
  • Tempo di lettura: 7 min

In ogni stagione dell’anno—e in modo particolare attorno alla Commemorazione dei fedeli defunti—la Chiesa ci educa a guardare la morte non come un muro, ma come una soglia. La memoria dei nostri cari non è un’operazione nostalgica: è un atto di fede nella comunione dei santi, che tiene uniti vivi e defunti in Cristo. Proprio dentro questa cornice, l’insegnamento di Maria Simma—la mistica austriaca nota per la sua intensa carità verso le anime del Purgatorio—ci provoca con una consegna tanto semplice quanto decisiva: “non parlare male dei morti”. Non è un invito al silenzio complice, né un galateo di buone maniere: è un orientamento spirituale che tocca il cuore del Vangelo, il mistero della misericordia e la verità sulla lingua, quella piccola “membra” capace di ferire o guarire, di condannare o liberare (cfr. Gc 3).


In questo articolo, approfondiamo perché non dobbiamo parlare male dei morti secondo Maria Simma, che cosa accade quando lo facciamo, come distinguere la verità dalla mormorazione, e quali atteggiamenti concreti possono trasformare il ricordo in un’opera di carità verso chi ci ha preceduti.


Non parlare male dei morti
Non parlare male dei morti

Chi è Maria Simma e perché ascoltarla

Maria Simma (1915–2004), vissuta in Austria, è conosciuta per una particolare missione: l’aiuto alle anime del Purgatorio. La sua vita, segnata da povertà, preghiera e obbedienza ecclesiale, è stata attraversata da molte testimonianze di visite delle anime che chiedevano suffragi (preghiere, Messe, opere di carità). Al di là delle singole narrazioni, ciò che colpisce è la coerenza del suo messaggio con la dottrina cattolica sul Purgatorio: l’urgenza della carità, la gravità del peccato, la serietà della libertà umana e l’infinita misericordia di Dio.

Nel suo insegnamento ritorna spesso un punto: la lingua è tra i primi strumenti della carità e tra i primi strumenti dell’ingiustizia. La calunnia, la mormorazione, il giudizio temerario non si spengono con la morte di una persona; possono continuare a ferire la comunione anche dopo. Per questo, dice Maria Simma, parlare male dei defunti è un atto contrario alla carità e uno scandalo contro la speranza.


Il danno spirituale del parlare male dei defunti

1. Ferisce la comunione dei santi


La comunione dei santi non è poesia devota: è una realtà. In Cristo, la Chiesa è una sola famiglia—pellegrinante sulla terra, purificata nel Purgatorio, glorificata in Cielo. Quando parliamo male di un defunto, ci poniamo contro questa comunione; rompiamo il filo della carità con parole che non possono più essere riparate tramite un incontro faccia a faccia. Se ferisco un vivente, posso chiedergli perdono; se ferisco un defunto, la mia parola resta come eco sterile che non costruisce ma divide.


2. Aggrava il peso della purificazione

Secondo Maria Simma, non solo il male compiuto in vita pesa nella purificazione, ma anche il male che gli altri continuano a compiere “addosso” a noi dopo la morte: reputazione offesa, sospetti diffusi, interpretazioni maliziose. Non si tratta di “spostare” colpe: l’anima davanti a Dio è nella verità; ma il clima di male che alimentiamo può ostacolare la carità della Chiesa verso quella persona, indebolire i suffragi, frenare chi vorrebbe pregare ma viene scoraggiato da dicerie. In breve: parlare male non aiuta i defunti e non libera i vivi.


3. Indurisce il nostro cuore

Ogni parola è un atto che ci plasma. La lingua che mormora diventa presto linguaggio interiore di sospetto; e il sospetto diventa abitudine del cuore. Parlare male dei defunti crea il terreno per parlare male di tutti. È l’opposto dell’Eucaristia, che unisce: la maldicenza disgrega. Maria Simma insiste: chi aiuta le anime del Purgatorio si educa alla misericordia e riceve grazie di pace; chi giudica e calunnia indurisce il cuore e perde la dolcezza della fede.


Bibbia e Tradizione: perché il Vangelo ci chiede di custodire la lingua


La Scrittura è severissima sulla lingua: “Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio… Non dev’essere così, fratelli miei!” (Gc 3,9–10). Gesù ammonisce: “Non giudicate, per non essere giudicati” (Mt 7,1); e ancora: “Di ogni parola inutile gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio” (Mt 12,36).

Riguardo ai defunti, la Chiesa afferma con chiarezza la bontà del suffragio (2Mac 12,44–45): pregare per loro è “opera buona e pia”. La Tradizione ci ha consegnato le opere di misericordia spirituale, tra cui “perdonare le offese”, “sopportare pazientemente le persone moleste”, “pregare Dio per i vivi e per i defunti”. Parlare male dei morti contraddice almeno tre opere di misericordia, perché non perdona, non sopporta, non prega.


Verità e carità: distinguere la memoria dalla mormorazione


Sorge allora una domanda seria: possiamo dire la verità su un defunto che, per esempio, ha compiuto il male? La risposta, nella prospettiva cristiana, è duplice:

  1. La verità non si nega: il male è male e può—e a volte deve—essere nominato, specie se riguarda giustizia, risarcimento, tutela dei deboli. La Chiesa non chiede di insabbiare la verità.

  2. La carità non si sospende: anche quando è necessario parlare, lo si fa con sobrietà, intenzione retta e rispetto della persona. Si evitano interpretazioni malevoli, giudizi sulle intenzioni e amplificazioni morbose. Si parla per edificare, per aiutare i vivi a non ripetere errori, non per trarne gusto o consenso.

Maria Simma non chiede di cancellare la memoria, ma di purificarla, affinché la verità non diventi arma e la giustizia non si trasformi in vendetta.


Dimensione umana: il lutto, il bisogno di senso e la tentazione del pettegolezzo


Dal punto di vista umano, parlare male dei defunti spesso nasce da dolori irrisolti: colpe non perdonate, parole non dette, eredità contese, ferite familiari. La maldicenza appare come catarsi rapida: ci illude di riprendere il controllo del passato. In realtà, aggrava la ferita, la cristallizza in un racconto senza grazia.

Il Vangelo propone un’altra via: nominare il male davanti a Dio, perdonare dove è possibile, riparare dove necessario, pregare per la pace del defunto e per la nostra guarigione. Il lutto cristiano non rimuove—trasfigura. E trasformare il racconto su un defunto da atto d’accusa a invocazione di misericordia è già guarigione.


Cosa accade quando benediciamo i defunti


Secondo l’esperienza di Maria Simma, ogni atto di carità verso le anime del Purgatorio—una Messa, un rosario, un’elemosina, un fioretto nascosto—è come acqua fresca su una sete ardente. Misteriosamente, questa carità ritorna anche su di noi: gli aiuti alle anime purganti diventano intercessione per le nostre battaglie, lumi interiori nelle scelte difficili, pace nelle relazioni.

Benedire un defunto non significa fingere che tutto sia stato perfetto; significa scegliere che l’ultima parola su quella storia non sia la nostra accusa, ma la misericordia di Dio. È un atto di fiducia: “Signore, Tu solo leggi i cuori; io affido a Te questa persona. Dona luce, pace e perdono.”


Linee guida pratiche: come custodire la lingua davanti ai defunti


1) Esame di coscienza sulla parola

  • Prima di parlare, chiediti: “Quello che dico è vero? È necessario? È caritatevole?”

  • Se manca anche solo uno di questi tre pilastri, taci o trasforma la frase in preghiera.

2) Riparazione delle parole dette

  • Se hai già parlato male, chiedi perdono a Dio e, quando possibile, rettifica con chi ti ha ascoltato.

  • Offri un suffragio specifico per quella persona: una Messa, un rosario, un atto di carità.

3) Educare la memoria

  • Scrivi, se serve, una lettera interiore al defunto: nomina il dolore, pronuncia il perdono, affida a Dio.

  • Sostituisci il racconto velenoso con una benedizione: “Signore, dona a N. la tua pace. Dona a me un cuore nuovo.”

4) Discernere quando parlare

  • Se la verità serve a proteggere i deboli o a impedire un male, parlane con autorità competenti o in contesti adeguati, evitando palcoscenici social.

  • Mai usare la morte altrui per alimentare la propria immagine o il risentimento.


Preghiera e suffragi: la via cattolica della carità concreta


La Chiesa insegna che i suffragi aiutano realmente i defunti. Alcune pratiche:

  • Santa Messa applicata per il defunto (il suffragio più efficace).

  • Rosario e Coroncina della Divina Misericordia.

  • Visita al cimitero e preghiera: un gesto semplice ma potente, che educa il cuore alla speranza.

  • Indulgenze alle solite condizioni (confessione, comunione, preghiera secondo le intenzioni del Papa, distacco dal peccato), specialmente nei primi giorni di novembre.

  • Opere di carità in suffragio: un aiuto concreto a un povero, una telefonata a chi è solo, un atto di riconciliazione familiare.

Queste pratiche non sostituiscono la giustizia; la trascendono con la misericordia, e ricompongono la memoria secondo il Vangelo.


Casi difficili: quando il defunto ha fatto del male


La carità non ci chiede di minimizzare abusi, violenze, tradimenti. In questi casi:

  • Nominare il male è doveroso; non normalizzarlo.

  • Cercare giustizia—se ancora necessaria per i vivi—può essere un atto di amore verso altri innocenti.

  • Evitare la mormorazione significa: niente appigli sensazionalistici, niente giudizi sulle intenzioni più intime, niente sfogo social che umilia.

  • Affidare a Dio l’anima del defunto: “Signore, Tu solo sai. Io scelgo di non odiare.”

  • Curare la vittima (se sei tu o una persona cara) con percorsi di accompagnamento umano e spirituale.

La carità non è ingenua; è forte. Sa dire la verità senza rinunciare al bene possibile.


Piccolo vademecum per la tua comunità (parrocchia, famiglia, social)


  1. Regola d’oro: “Non dirò del defunto ciò che non avrei il coraggio di dirgli in faccia da vivo.”

  2. Regola della triplice soglia: “È vero? È necessario? È caritatevole?”

  3. Sostituzione evangelica: ogni volta che nasce la voglia di criticare, recita una breve giaculatoria: “L’eterno riposo dona loro, o Signore…”

  4. Educazione domestica: in famiglia, insegna ai bambini a parlare bene dei nonni e dei cari defunti; la gratitudine guarisce generazioni.

  5. Uso responsabile dei social: niente post che esagerano, ridicolizzano o strumentalizzano la memoria altrui. Se serve condividere una verità dolorosa, fallo con sobrietà e scopo costruttivo.


Una preghiera semplice (per chi ha parlato male dei defunti)

Signore Gesù, Verità e Misericordia,ho usato male la mia lingua e ho ferito la comunione dei santi.Perdona le parole che hanno giudicato, esagerato, calunniato.Io affido a Te N. e tutti i defunti che ho nominato senza carità.Dona loro luce, pace e la gioia del Tuo volto.Dona a me un cuore nuovo, una lingua che benedice,e la grazia di riparare con la preghiera e con opere di amore.Amen.

La lingua che benedice


Alla fine, la consegna di Maria Simma coincide con il cuore del Vangelo: la lingua del cristiano è chiamata a benedire. Dire bene dei defunti—o tacere quando non possiamo dire bene—non è ipocrisia, ma scelta di fede: crediamo che Dio è più grande del nostro cuore (1Gv 3,20), e che la misericordia può rigenerare storie che noi giudicheremmo perdute.

Se vogliamo davvero aiutare chi ci ha preceduto, smettiamo di accusare e impariamo a intercedere. È così che la memoria diventa misericordia e il ricordo diventa speranza. E se dovessimo riassumere tutto in una sola consegna, sarebbe la nostra frase chiave: non parlare male dei morti secondo Maria Simma—perché la carità non finisce con la morte, e la verità senza amore non costruisce nulla che resti.

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