Quando anche un santo dubita: Giovanni Battista in carcere e la risposta che cambia tutto
- Gurso
- 14 dic 2025
- Tempo di lettura: 6 min
C’è un tipo di silenzio che non assomiglia alla pace. È un silenzio che pesa. Non perché manchino le parole, ma perché la vita ti sembra ferma, come se qualcuno avesse chiuso una porta e avesse buttato via la chiave.
Immagina Giovanni Battista lì dentro. Non nel deserto, dove la voce rimbomba e il vento ti ripulisce il cuore. Ma in carcere. Un luogo dove l’aria non profuma di profezia, profuma di fine. E in quella stanza chiusa, succede una cosa che forse non ti aspetti: Giovanni dubita.
Sì, proprio lui. L’uomo che aveva annunciato il Messia. L’uomo che aveva preparato la strada. L’uomo che aveva attirato folle intere per dire: “Convertitevi”. L’uomo che aveva indicato Gesù. E ora manda dei discepoli con una domanda che è un pugno nello stomaco:
“Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11,2-11).

Questa è la scena della III Domenica di Avvento – Anno A, chiamata anche Domenica “Gaudete”, quella in cui la liturgia accende un tono diverso, quasi un lampo di gioia in mezzo all’attesa. Colore rosa. Parole che dicono: il Signore è vicino.
Eppure… la gioia qui nasce da un carcere. Non da una festa. Non da una vita che va bene. Nasce da una domanda che molti di noi hanno già fatto, magari in silenzio:
“Gesù… sei davvero Tu? O devo aspettare altro?”
Il momento in cui la fede non basta più “di testa”
Il primo picco, quello che cattura, è questo: Giovanni non dubita perché è debole. Dubita perché è vero.
Quando sei libero, puoi credere anche con l’entusiasmo. Quando il cielo è sereno, è più facile dire “Dio provvede”. Ma quando sei chiuso in una prigione — qualunque sia la tua prigione: una malattia, un problema economico, una solitudine che non finisce, un conflitto familiare, una paura che ti stringe — allora la fede non può essere un’idea. Deve diventare appoggio.
E Giovanni, in carcere, forse vede una cosa: Gesù non sta facendo ciò che lui immaginava.
Il Battista aveva annunciato un Messia “forte”, un Messia che separa il bene dal male, che giudica, che cambia subito il mondo. E invece Gesù guarisce, accoglie, cammina con i piccoli, si ferma con gli ultimi. Non abbatte i palazzi del potere. Non spalanca le porte della prigione. Non “sistema” tutto come ti aspetteresti.
E allora il dubbio non è solo una crisi spirituale. È una crisi di aspettative.
Quante volte ti è successo? Tu preghi, tu speri, tu chiedi, e Dio non fa quello che avevi in mente. Non subito. Non come credevi. E allora ti passa dentro una domanda scomoda: “Ho capito bene? Sto aspettando la cosa giusta?”
Giovanni Battista dubita: e questo ci salva dalla vergogna
Qui entra la parola chiave principale, perché è il cuore dell’articolo: Giovanni Battista dubita. E proprio questo, paradossalmente, ci salva.
Perché tanti credenti vivono la prova con un secondo dolore aggiunto: la vergogna. La vergogna di non essere “abbastanza forti”, “abbastanza santi”, “abbastanza fedeli”. Come se la fede fosse una performance.
Ma il Vangelo ci mette davanti un fatto: anche un grande santo attraversa la notte.
Il dubbio di Giovanni non cancella la sua santità. La rende più umana. E più vicina. Perché la santità non è una vita senza domande. È una vita che porta le domande davanti a Dio invece di lasciarle marcire dentro.
Giovanni non fa una cosa tipica di chi si è arreso: non taglia i ponti. Non smette di cercare. Fa una cosa semplicissima: manda la domanda a Gesù.
Questo è già un passo di fede.
La risposta di Gesù: non una teoria, ma segni
E adesso arriva il colpo di scena, il picco più forte del brano: Gesù non risponde come risponderemmo noi.
Non dice: “Certo che sono io, fidati.”Non dice: “Dì a Giovanni di stare tranquillo.”Non lo rimprovera. Non lo umilia. Non lo schiaccia.
Gesù fa una cosa potentissima: porta Giovanni dentro la realtà.
Dice, in sostanza: “Guardate. Ascoltate. E riferite ciò che vedete.”
E quali sono i segni?
Che i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, e ai poveri è annunciata la Buona Notizia (Mt 11,2-11).
È come se Gesù dicesse: “Non ti do uno slogan. Ti do la prova nel modo in cui Dio ama dare prove: trasformando la vita delle persone.”
Questo, oggi, può spiazzare. Perché noi spesso vorremmo un segno “grande”, qualcosa che ci tolga ogni incertezza. E invece Gesù indica segni che sembrano piccoli, quotidiani… ma sono rivoluzionari: uno che torna a vedere, uno che riprende a camminare, uno che viene rialzato, uno che torna a sperare.
E qui la domanda diventa personale:Quali segni di Dio stai ignorando perché non sono “spettacolari”?
“Beato chi non si scandalizza di me”: la frase che divide le acque
C’è una frase che Gesù aggiunge, e che spesso passa inosservata. È breve, ma taglia come una lama:
“Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo.” (Mt 11,2-11).
Scandalo… cioè inciampo. Come se Gesù dicesse: “Io non sarò sempre come ti aspetti. Non sarò il Messia che soddisfa i tuoi schemi. Io sono il Messia che salva.”
Questo è un picco altissimo, perché qui si decide la fede matura: non la fede “quando tutto fila”, ma la fede che resta quando Dio non coincide con la tua agenda.
Ed è qui che la Domenica Gaudete diventa vera: la gioia non nasce perché i problemi spariscono. Nasce perché il Signore è vicino anche quando non capisci.
Il dramma segreto: Giovanni non vedrà il “finale”
C’è un’altra cosa che rende questa pagina ancora più intensa: Giovanni Battista non uscirà da quel carcere per assistere a tutto ciò che Gesù farà.
Non vedrà ogni miracolo. Non vedrà ogni conversione. Non vedrà la Croce e la Risurrezione.
E questo è un colpo forte, perché ci mette davanti una verità spesso ignorata: non sempre vedremo in questa vita la conclusione di ciò che abbiamo creduto.
Eppure, Giovanni è grande proprio per questo: perché la sua missione non era “vedere tutto”. Era indicare. Preparare. E restare fedele.
Quanti genitori pregano per un figlio e non vedono subito un cambiamento. Quante persone portano una croce e non vedono una guarigione. Quanti cristiani fanno il bene e non vedono riconoscenza. Eppure, il Vangelo non dice: “Sarai grande se vedrai risultati.” Dice: “Sarai grande se resterai nel vero.”
Gesù elogia Giovanni proprio mentre Giovanni è fragile
Ed ecco l’ultima svolta, quasi commovente: subito dopo la domanda, Gesù parla di Giovanni alla folla. E non lo sminuisce. Lo esalta.
Dice che Giovanni non è una canna sbattuta dal vento. Non è un uomo da palazzo. È un profeta. E addirittura: tra i nati da donna, non è sorto uno più grande di lui (Mt 11,2-11).
Questo è l’ultimo grande picco: Gesù vede la grandezza di Giovanni anche nel suo momento di crisi.
E qui c’è un messaggio che ti serve oggi, se sei stanco:Dio non ti ama solo quando sei forte.Dio non ti stima solo quando non tremi.Dio non ti guarda solo quando preghi “bene”.
Dio vede la tua fedeltà anche quando è tremante. E la chiama grande.
Che cosa ci insegna Giovanni per questo Avvento
Se l’Avvento è attesa, questa pagina ti dice come si aspetta davvero.
Si aspetta così:
portando a Gesù le domande reali, senza maschere;
accettando che Dio spesso salva in modo diverso da come immaginavi;
imparando a riconoscere i segni: piccoli, ma veri;
restando fedeli anche quando non vedi il finale.
E soprattutto: capendo che la gioia cristiana non è ottimismo. È certezza di una presenza.
La gioia dell’Avvento non è: “Va tutto bene.”È: “Non sono solo. Il Signore è vicino.”
Preghiera per chi oggi si sente come Giovanni in carcere
Signore Gesù, quando non capisco,
io non voglio fuggire: voglio portarti la mia domanda.
Quando la fede trema, fammi restare vicino a Te.
Aprimi gli occhi sui segni che già stai compiendo nella mia vita.
Rendimi paziente nell’attesa, fedele nella prova, umile nel non controllare tutto.
E dammi la gioia vera: sapere che Tu sei vicino,
anche nella notte.
Amen.
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