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Seconda domenica di Avvento: quando Dio fa nascere speranza nel deserto della tua vita

  • Immagine del redattore: Gurso
    Gurso
  • 7 dic 2025
  • Tempo di lettura: 6 min
Deserto interiore
La speranza nel deserto

C’è una coppia anziana, raccontata dal Vangelo, che assomiglia a tanti di noi.

Si chiamano Zaccaria ed Elisabetta. Sono giusti davanti a Dio, persone rette, credenti autentici. Eppure portano nel cuore una ferita profonda: non hanno figli. Hanno pregato, sperato, atteso. Ma gli anni sono passati, il corpo si è indebolito, la speranza si è come accorciata. Nella mentalità del tempo, la loro sterilità è quasi una maledizione, come un tronco secco che non darà più frutti.


Proprio quando umanamente è “troppo tardi”, Dio entra in scena. Nel tempio, durante il servizio, l’angelo appare a Zaccaria e gli annuncia ciò che nessuno oserebbe più immaginare: “Tua moglie Elisabetta ti darà un figlio”. Quel bambino sarà Giovanni, il futuro Battista, la voce che griderà nel deserto per preparare la strada al Messia. La seconda domenica di Avvento ci mette davanti proprio a questo: alle storie che sembrano finite, e a un Dio che le riapre quando ormai tutti hanno smesso di crederci.


Seconda domenica di Avvento: il germoglio che nasce da una storia spezzata


La liturgia di questa seconda domenica di Avvento parla di un germoglio che spunta dal tronco di Iesse. L’immagine è molto forte: non si parla di un albero rigoglioso, ma di un tronco tagliato. La storia di Israele sembra fallita, la dinastia di Davide pare finita, le promesse di Dio appaiono smentite dai fatti. Eppure il profeta vede qualcosa che l’occhio umano da solo non vede: da quel legno morto, da quel ceppo apparentemente inutile, spunterà un germoglio nuovo.


Zaccaria ed Elisabetta sono la traduzione concreta di questa profezia. Sono un tronco tagliato che non aspetta più niente dalla vita, e proprio lì Dio fa nascere il suo progetto. Il figlio che sembra arrivare “fuori tempo massimo” diventa il precursore di Cristo, l’anello di congiunzione tra l’attesa antica e il compimento. Se ci pensiamo, non è così diverso da ciò che viviamo noi.


Quante storie spezzate portiamo dentro: relazioni che si sono rotte, lavori e progetti naufragati, malattie che hanno cambiato la rotta, peccati che ci hanno lasciato addosso un peso, una fede che si è raffreddata piano piano. A volte guardiamo la nostra vita e ci sembra davvero solo un tronco tagliato. La seconda domenica di Avvento viene a dirci che Dio vede qualcosa in più. Dove noi vediamo solo il ceppo secco, Lui vede già il germoglio.


Può essere un pensiero di perdono che torna alla mente dopo anni, un improvviso desiderio di pregare, la nostalgia di una confessione che non facciamo da tempo, il bisogno di ricominciare lì dove avevamo deciso di arrenderci. Sono piccoli segni, quasi invisibili, ma reali. Il Signore non chiede di essere già foresta; chiede solo di lasciare spazio a questo inizio. La seconda domenica di Avvento diventa allora un invito a non fissarci solo sulle nostre ferite, ma a lasciarci sorprendere da quel germoglio che forse è già spuntato e non ce ne siamo accorti.


Seconda domenica di Avvento: il deserto di oggi e la voce che continua a chiamare


Accanto all’immagine del germoglio, la seconda domenica di Avvento ci consegna quella del deserto. Giovanni Battista appare come una voce che grida nel deserto: non parla dai palazzi, non predica da un luogo comodo, ma da uno spazio spoglio, essenziale, dove non ci sono distrazioni. Il deserto, nella Bibbia, è il luogo della prova, ma anche dell’incontro con Dio.


Il nostro deserto oggi non è fatto di sabbia e di dune. Spesso è un deserto interiore. È quel senso di solitudine che puoi provare anche in mezzo alla folla, è la stanchezza che ti schiaccia anche se esteriormente sembra che tutto vada bene, è l’ansia che non riesci a spiegare a nessuno, è quella serie di fallimenti che ti fa dire: “A che serve?”. Viviamo immersi in notifiche, messaggi, rumore, eppure tanti si sentono vuoti dentro. È un deserto nuovo, ma non diverso nella sostanza da quello dei profeti.


In questo contesto, la voce di Giovanni continua a farsi sentire: “Preparate la via del Signore”. La seconda domenica di Avvento non ci propone una spiritualità zuccherata, fatta solo di emozioni dolci e frasi belle. È una domenica esigente. Giovanni indica il passaggio necessario: la conversione. Non si tratta solo di emozionarsi davanti a un presepe o a un canto, ma di accogliere una Parola che chiede di raddrizzare strade storte, di riconoscere peccati, di lasciare ciò che ci allontana da Dio e di tornare a Lui con sincerità.


Il deserto non serve a farci male; serve a togliere il superfluo. Nel deserto non porti con te cose inutili. Così, in questo tempo, il Signore ci aiuta a capire che cosa possiamo lasciare, che cosa ci appesantisce, quali legami ci imprigionano, quali abitudini ci logorano. E mentre ascoltiamo questa voce nel deserto, inizia a nascere un’altra forma di speranza: non quella ingenua di chi pensa che “andrà tutto bene” senza cambiare nulla, ma quella vera di chi si lascia prendere per mano e guidare fuori dai propri labirinti.


Quando tutto sembra perduto: l’abbandono di don Dolindo


La Bibbia non è l’unico luogo in cui vediamo il deserto trasformarsi in sorgente. La storia della Chiesa è piena di uomini e donne che hanno vissuto qualcosa di simile. Uno di loro è don Dolindo Ruotolo, sacerdote napoletano del secolo scorso. La sua vita, ad un certo punto, è stata un vero deserto: incomprensioni, sospetti, umiliazioni, malattie, povertà. Chi lo guardava dall’esterno avrebbe potuto dire che la sua esistenza era un tronco tagliato, senza futuro e senza frutti.


Eppure, proprio in quel contesto, nasce la sua famosissima preghiera: “Gesù, pensaci Tu”. Non è una frase da poster, non è uno slogan spirituale. È il grido di chi, pur passando nel crogiolo della sofferenza, sceglie di non cedere alla disperazione. È il gesto di chi decide di affidarsi completamente, di lasciare a Cristo il timone quando tutte le sue forze non bastano più.


In fondo, la preghiera di don Dolindo è figlia dello stesso Dio che ha visitato il deserto di Zaccaria ed Elisabetta. Nel momento in cui l’uomo si scopre incapace di salvare se stesso, la grazia inizia a lavorare in modo nuovo. Anche qui, il tronco tagliato non è l’ultima parola. Dal terreno bruciato della prova, Dio fa nascere qualcosa che parla ancora oggi a milioni di persone: una vita offerta in silenzio, un abbandono totale, una fiducia che non si spezza.


Quando ripetiamo “Gesù, pensaci Tu”, in realtà stiamo ripetendo con altre parole il grido di ogni Avvento: “Vieni, Signore Gesù”. E in questa seconda domenica di Avvento, quella frase può diventare anche per noi un atto concreto, un modo per consegnare al Signore tanto il nostro deserto quanto il nostro tronco tagliato.


Vivere la seconda domenica di Avvento come inizio di una rinascita


Se lasciamo che queste immagini entrino nel cuore, la seconda domenica di Avvento smette di essere solo una tappa del calendario liturgico e diventa un momento decisivo. Guardando a Zaccaria ed Elisabetta, ci accorgiamo che non esiste un “troppo tardi” per Dio. Guardando a Giovanni Battista, comprendiamo che la voce di Dio riesce ancora a farsi sentire, anche nei deserti più rumorosi del nostro tempo. Guardando a don Dolindo, intuiamo che il deserto non è il luogo in cui la vita finisce, ma quello in cui la fede può arrivare a una maturità nuova.


È possibile che proprio in questi giorni tu stia vivendo una situazione che ti appare senza sbocchi. Qualcosa che senti “chiuso per sempre”, un rapporto logorato, una ferita che non guarisce, una paura che non se ne va, un fallimento di cui ti vergogni. La seconda domenica di Avvento ti mette davanti un annuncio semplice ma potente: Dio non ti ha dimenticato in questo deserto. Sta già preparando, anche se non lo vedi, un germoglio che potrà sorprendere te e gli altri.


Forse la tua conversione non consisterà in gesti eclatanti, ma in un passo piccolo e concreto: una decisione buona presa sul serio, un atto di perdono, un ritorno alla confessione, un momento quotidiano di preghiera che non salti più. Non sono “buoni propositi” vaghi, ma piccoli germogli che lo Spirito fa nascere dentro di te.


E mentre questa settimana scorre, non vivere la seconda domenica di Avvento come se fosse solo un tema da calendario. Lasciala diventare un punto di svolta. Ogni volta che ti sentirai scoraggiato, potrai ricordare Zaccaria ed Elisabetta e ripetere: “Signore, anche nel mio tronco tagliato, Tu puoi far nascere vita”. Ogni volta che sentirai il peso del tuo deserto, potrai ascoltare la voce del Battista e chiederti: “Che cosa, oggi, posso cambiare davvero?”. Ogni volta che sarai tentato di cedere allo sconforto, potrai ripetere nel segreto del cuore la preghiera di don Dolindo:


“Gesù, pensaci Tu. Gesù, vieni nel mio deserto e fai nascere in me una speranza nuova.”


Così, passo dopo passo, questa seconda domenica di Avvento diventerà un vero inizio di rinascita, un piccolo ma decisivo anticipo di quel Natale che Dio desidera innanzitutto nel tuo cuore.

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